La fotografia, lingua per eccellenza dell’equivoco, può declinarsi per spessori incredibilmente dissimili. Fabio Gambina la pratica secondo un parametro “leggero”.  Leggero e preciso è il momento della scelta dello scatto; leggero e sottile il motivo che ne determina i contenuti. Leggero è forse il gesto fisico di premere il bottone dell’otturatore o del commando elettronico. Questa sua leggerezza trasversale diventa metodo e gli consente il passaggio attraverso i campi d’indagine senza rimanere mai impigliato nelle retoriche varie che della fotografia sono uno degli handicap maggiori. Ed egli diventa quasi automaticamente un ritrattista del mondo che si trova a percorrere e che gli è suggerito dalla leggerezza del caso; dalle immagini che gli stimola la campitura dalle architetture alle persone fisiche che negli spazi esistono, tutto diventa materiale per una indagine da osservatore, impegnato nell’indovinare i minimi estetici che ordinano il mondo e che lui riordina  nell’album delle immagini.

Le une convivono con gli altri in modo naturalmente minimale, ma non con quel piglio che fa del minimalismo una delle pratiche anglosassoni più grevi della nostra contemporaneità. Convivono in un minimalismo che è leggero e quindi poetico. Capace di dettagli che significano il tutto, anzi che sembrano suscettibili di interpretare il tutto e che si caricano di piccoli fiati, che sono in verità gli spiriti delle cose e degli uomini.

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     Philippe Daverio

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